Daioja GX-61

Daioja gx-61 by Mazingetter

A 8 mesi dall’immissione sul mercato del suo predecessore God Sigma, esce ad aprile il primo e verosimilmente l’unico SOC del 2012, il Gx-61 Daioja. Saikyo Robo Daioja (Daioja, il robot più forte) è un anime a firma Sunrise articolato in 50 episodi e trasmesso in Giappone tra il gennaio 1981 ed il gennaio 1982. La serie, mai sbarcata in Italia, si snoda attraverso le imprese del gigante d’acciaio Daioja (Grande Sovrano) derivante dalla combinazione (definita nel cartone come “cross triangle”) dei 3 mecha Ace Redder (pilotato da Mito, principe di Edon e pilota dello stesso Daioja), Aoider (pilotato da Suke) e Cobalter (pilotato da Kaku), che ne compongono le varie parti del corpo. Più di un aspetto in questo anime ricorda elementi già visti in altre serie dalla Sunrise: il fregio sulla testa e le spalle del robot richiamano in modo abbastanza evidente il design del (per noi) più noto Daitarn 3 così come l’aspetto del protagonista risulta somigliante nella fisionomia del volto in modo impressionante al Principe Kento, pilota del Daltanious (ed anche l’invocazione “cross triangle” ricorda chiaramente il “cross in” dello stesso Daltanious). Nonostante il cartone non abbia mai oltrepassato gli italici confini, il Daioja gode da noi di una popolarità che, seppur limitata, è comunque superiore a quella di un qualsiasi altro anime robotico giapponese mai trasmesso sui nostri teleschermi, e questo grazie soprattutto al fatto che molti ragazzini dell’epoca, oggi ormai adulti, erano possessori del bellissimo giocattolo vintage componibile di questo soggetto prodotto dalla Clover. Fatte le abituali premesse, direi di partire con quella che, visto l’andamento ormai preso dalla politica Bandai nella gestione dei SOC, potrebbe rappresentare anche (siete tutti autorizzati a fare gli scongiuri che ritenete più opportuni) la recensione dell’ultimo modello della serie Soul of Chogokin.

La scatola
Bella grande (44 x 30 x 16 cm) e pesante (2185 grammi). Il design è molto elegante, sull’anteriore sono raffigurati a sinistra i 3 mecha separati, ciascuno nell’atto di brandire la propria arma tipica, ed a destra il Daioja. In basso a sinistra il grande nome del robot, dallo stesso lato ma in alto il logo della serie Soul of Chogokin. Lo sfondo, nero, è percorso da inserti dorati che al tatto risultano lievemente incisi sul cartoncino. Alle spalle del robot è invece riprodotto in grande il logo presente sul petto del Daioja. Il retro, abbastanza in linea con la tradizione SOC, si caratterizza per l’immagine centrale del robot che si erge brandendo la grande spada, a sinistra della quale sono illustrati Ace Redder, Aoider e Cobalter e le relative armi mentre a destra vengono esposti gli accessori del robottone nonché le caratteristiche dello stand espositivo. Bella, sullo sfondo, anche l’immagine del cross triangle. Sulle superfici laterali sono invece ritratti, in varie combinazioni, il Daioja ed i 3 mecha separati.

Il contenuto
Si compone di:
– Grande contenitore di polistirolo che, chiuso da un tappo in cartoncino sbrigativamente assicurato con un giro di scotch, contiene:
I 3 mecha (Ace Redder al centro, Aoider alla sua destra e Cobalter alla sua sinistra, tutti bloccati in posizione da una stecca di polistirolo all’altezza delle ginocchia ed avvolti in una bustina in plastica trasparente) e le relative armi (l’alabarda scomposta in 2 parti alla destra ed il fucile e la relativa fondina sopra all’alloggiamento di Aoider, la spada ed il suo fodero a destra ed a sinistra dell’alloggiamento di Ace Redder, la mazza chiodata e lo scudo sopra all’alloggiamento di Cobalter, tutte quante rigorosamente protette dalla relativa bustina di plastica).
– Grande blister in cui troviamo: le parti intercambiabili da applicare sul Daioja una volta assemblato per renderne più “aggraziate” le proporzioni (spalle, coprispalle, gambe e superficie posteriore dei piedi), un paio di pugnali, l’arco con la relativa freccia divisa in due parti, la grande spada, una faccia intercambiabile con bocca aperta, lo stand con i relativi piedini d’appoggio ed altri due blister piccoli il primo dei quali contiene i pugni del Daioja (un paio chiusi a pugno, un paio con palmo aperto ed un paio forati centralmente per l’impugnatura delle armi), il grande scudo con relativo adattatore per consentirne l’aggancio al braccio ed una seconda pettorina per Ace-Redder, con diadema centrale fisso e non ruotabile (a differenza di quella che all’apertura della scatola si trova preapplicata al robot). Nel secondo blister prendono invece alloggio i tappini per la chiusura della pianta dei piedi di Aoider e Cobalter, due appendici per lo stand inserite con lo scopo di dare sostegno alle parti aggiuntive del Daioja ed un supporto in plastica da inserire all’interno del bacino di Aoider per bloccare l’articolazione delle anche e garantire maggior stabilità.
– Libretto illustrativo, come da tradizione bello e completo, ricco di cenni e illustrazioni dedicati all’anime e chiaro in tutti i passaggi della trasformazione del modello.

I componenti

1 Ace Redder
La disamina dei 3 mecha separati non può non partire da quello che del trio è certamente il componente più significativo, non fosse altro perché pilotato da Mito, il protagonista dell’anime.
Estraendo Ace Redder dal suo alloggiamento la prima sensazione è innegabilmente fastidiosa e sgradevole, non fosse altro che per l’irrisorio peso di 210 grammi distribuiti sulla non indifferente altezza di 19.5 cm che tradiscono una composizione quasi totalmente in plastica (in metallo sono solamente la parte anteriore del torace al di sotto della pettorina removibile e le articolazioni di anca e spalla). Se infatti era lecito attendersi per questo componente (vista anche la posizione alta occupata nel robot) un contenuto in zama limitato pena il rischio di sbilanciare il Daioja una volta assemblato, era altrettanto plausibile aspettarsi qualcosina di più, che quasi certamente si sarebbe potuto fare. Ma plastica o metallo che siano ciò che in realtà lascia davvero sconcertati è la qualità della plastica stessa, se infatti si escludono le spalle che sono verniciate e (forse) le gambe, le restanti parti rosse del modello (praticamente tutte, in altre parole), sono colorate in pasta e presentano una tonalità che trasmette in modo tanto evidente quanto sconfortante una fortissima sensazione di giocattolo da bancarella che di rado, ma purtroppo sempre con maggior frequenza negli ultimi tempi, mi è capitato di avvertire con un SOC. Piccole imperfezioni di verniciatura costellano le parti grigie, sia a livello del fregio frontale (proprio in bella vista sulla testa del robot ma per fortuna è una cosa molto modesta) che sul braccio sinistro mentre una piccola ritoccatura di vernice fa bella mostra di se sul margine esterno della spalla destra. Abbondano sulle plastiche rosse e non solo i segni di distacco dalle sprue, gran parte dei quali distribuiti sul lato B del modello (in particolar modo sul retro di piede, gamba, coscia ed avambraccio), altri in posizione ben più scomoda come a livello degli inserti rossi ai lati della testa del robot, dove risultano veramente indisponenti. A questo punto vi chiederete mai se dopo simili critiche questo soggetto possa presentare un seppur minimo aspetto positivo. Ebbene si, fedeltà all’anime a parte (ineccepibile al 100%), la nota lieta arriva dal più che soddisfacente grado di posabilità (fallo anche essere impalato….). Le caviglie, ad attrito, hanno ampi movimenti di inclinazione laterale mentre le ginocchia, a scatto, si flettono fino ad un massimo di 90 gradi. L’anca ha notevoli escursioni in abduzione (quasi fino a 90 gradi) e discreta rotazione sull’asse longitudinale. Il busto, complice la necessità di realizzare un modello internamente cavo per consentirne la conversione, è privo di snodi. Le spalle, a scatto in rotazione (ampiezza di movimento 360 gradi), nei movimenti di abduzione (praticabili fino ad un massimo di 90 gradi) si comportano come articolazioni ad attrito. Le braccia sono rotabili sull’asse longitudinale a 360 gradi all’attacco con la spalla ed i gomiti, ad attrito, si flettono ad angolo retto. Le mani non sono intercambiabili, di fatto il robot ha un solo paio di mani preapplicate con movimenti modesti al polso (solo rotazione) e con dita tra loro fuse dall’indice al mignolo e snodate all’altezza delle nocche e dell’attacco del pollice alla mano così da permettergli di impugnare la spada (unica arma in dotazione). La testa, regolata da uno snodo a sfera, avrebbe potenzialmente buone possibilità di escursione, ma viene molto limitata in questo senso dagli inserti rossi ai suoi lati. La sensazione di fragilità almeno in questo elemento è comunque sempre ben percepibile. Personalmente, estraendolo, uno dei due avambracci telescopici (rientrano sulle braccia per ripiegarsi nel torace del robot nella trasformazione) mi è bellamente rimasto in mano (l’ho riapplicato senza problemi), in molti lamentano (almeno in questo a me è andata bene) l’instabilità della pettorina che tenderebbe a staccarsi ad ogni refolo di vento. Insomma, diciamo che si parte decisamente male! Nell’augurio che gli altri due mecha possano risollevare le sorti del modello accingiamoci ad estrarre Aoider dal suo alloggiamento…..

2 Aoider
La fredda sensazione di metallo e di appagante consistenza ponderale che Aoider trasmette quando se ne afferra il tronco ci fa subito capire che a differenza del suo compare rosso, questo soggetto ha minori problematiche di familiarizzazione con il concetto di zama, e la bilancia non mente, i 282 grammi di peso per circa 20 cm di altezza ci fanno capire che finalmente la musica potrebbe cambiare. La quota di metallo, presente nell’intero blocco del tronco, in corrispondenza delle spalle ed a livello delle articolazioni di anche e spalle, rappresenta una percentuale nel complesso soddisfacente e comunque tale da rendere il modello degno del termine chogokin piuttosto che action figure. Ciò che balza però subito all’occhio è come il metallo, soprattutto se ripartito in modo squilibrato, finisca inesorabilmente per fare a cazzotti con la posabilità e ancor di più con la stabilità di un chogokin. L’Aoider, infatti, parrebbe avere in una estrema instabilità la sua principale pecca anche per il modo in cui, per necessità di trasfomazione, sono stati concepiti gli arti inferiori, apparentemente troppo esili ed instabili per dare un adeguato supporto al resto del corpo. Ma così non è, per fortuna. I tappi in dotazione con il modello per chiudere la pianta del piede ne migliorano, e di molto, il grado di stabilità, aiutati in questo da un piccolo perno in plastica che, applicato nel bacino del robot ne stabilizza le anche e ne ottimizza i movimenti. La verniciatura è buona, decisamente migliore di quella dell’Ace Redder, ed anche i distacchi dalle sprue, presenti solo sulla faccia posteriore e concentrati sulle parti blu, sono meno numerosi ed evidenti (principalmente piedi, ginocchia, margini inferiori degli avambracci), forse anche per il diverso colore delle plastiche in cui meno risaltano. Ancora una volta viene confermata la scarsa qualità dei materiali utilizzati, le venature che solcano la plastica blu colorata in pasta degli avambracci ma soprattutto dei pannelli ai lati della testa del robot sono, in una sola, semplice parola, brutte. Sulla posabilità abbiamo già detto qualcosa ma scendiamo nel dettaglio degli snodi. Le caviglie, per ragioni di trasformazione, sono cave e governate da uno snodo ad attrito localizzato sulla parte posteriore della gamba che permette movimenti di inclinazione discreti sull’esterno e modesti sull’interno anche se nutro qualche perplessità sulla eventuale tenuta nel tempo che con il passare degli anni potrebbe diventare scarsa per quelle che dovrebbero essere le necessità di carico dell’articolazione. Il ginocchio è a scatto e si flette fino a 90 gradi mentre l’anca, ad attrito, ruota sull’asse longitudinale a 360 gradi ma ha escursioni piuttosto limitate sia in flesso-estensione che in abduzione. Le spalle hanno uno snodo particolarmente rigido che funziona ad attrito in rotazione (movimento completo a 360 gradi) ed a scatto in abduzione (fino 90 gradi). Le braccia sono ruotabili longitudinalmente all’attacco con la spalla e le mani, come quelle dell’Ace Redder, non sono intercambiabili ma fisse e con snodo alle nocche ed alla base del pollice per permettere l’impugnatura delle armi. La testa ruota a 360 gradi presentando modesti movimenti sia in flessione ed estensione che di inclinazione laterale. Molto buona la fedeltà del soggetto all’anime, se infatti si escludono le cosce, forse un po’ tropo esili, è difficile eccepire qualcosa sulla rassomiglianza alla controparte animata. Le armi in dotazione, senza infamia e senza lode, sono l’alabarda ed il fucile con relativa fondina.

3 Cobalter
Toh?! Un chogokin! Perdonate l’ironia, ma il Cobalter, al terzo tentativo, riesce finalmente ad appagare in modo pienamente soddisfacente gli zama-dipendenti! 382 grammi per un’altezza di 19.5 cm evidenziano in modo chiaro la presenza in quantità adeguata di metallo, concentrato nelle gambe e nell’intero blocco del torace. La verniciatura è finalmente a livelli buoni anche se leggermente stona la differenza di tonalità del blu allo stacco torace-spalle per diversa composizione (torace in metallo, spalla in plastica). Pochi e ben celati i segni di distacco dalle sprue (superficie posteriore dei piedi e degli avambracci). Accettabile il grado di posabilità, buona la stabilità, ottima la fedeltà all’anime. Le caviglie sono cave ed il loro snodo a sfera, posizionato a metà del margine interno della gamba, assicura ampi movimenti di inclinazione interna e di rotazione a 360 gradi. Le ginocchia, ben solide, sono a scatto e si flettono ad angolo retto. L’anca, a frizione, ruota a 360 gradi ma ha minime escursioni sia in flesso-estensione che in abduzione vanificando in parte le buone prestazioni delle caviglie. Le spalle, ad attrito, ruotano liberamente e non si abducono oltre i 90 gradi in parte per effetto della loro conformazione anatomica che ne limita l’escursione sul piano frontale. Le braccia ruotano longitudinalmente a 360 gradi all’attacco con la spalla, i gomiti non si flettono oltre i 90 gradi ed i polsi sono parzialmente flessibili oltre che liberamente ruotabili. Anche in questo caso il robot è dotato di un paio di mani preapplicate con snodi alle nocche ed all’attacco del pollice alla mano. La testa ha movimenti minimi sia in flessione ed estensione che in inclinazione laterale mentre può ruotare senza problemi per l’intera circonferenza. Le armi in dotazione sono costituite da una mazza chiodata e da uno scudo. Una piccola nota a margine: una volta assemblato il vostro Daioja fate attenzione a come lo spostate e soprattutto evitate di strusciare i piedi sul piano d’appoggio. La pianta dei piedi del Daioja, infatti, altro non è che la superficie superiore delle spalle del Cobalter, graffiarla significherebbe danneggiare sensibilmente ed irrimediabilmente le spalle di quest’ultimo. Benissimo, chiusa con un sostanziale pareggio tra alti e bassi l’analisi dei 3 mecha separati, siamo pronti per passare al capitolo finale della nostra disamina, il Grande Sovrano, il Saikyo Robo Daioja.

Daioja
Bene, andiamo per gradi e cominciamo per ordine l’analisi dell’argomento principe di questa recensione: il gokin assemblato. Avviamo quindi la nostra disamina dal punto di partenza, e cioè la trasformazione del robot. Da questo punto di vista penso che stiamo parlando di quello che in assoluto è il vero, enorme punto di forza di questo chogokin. La conversione dei 3 mecha separati nelle varie parti del Daioja è qualcosa di sublime ed incredibilmente sorprendente, in particolar modo per la fedeltà all’anime, assolutamente ineccepibile al 1000% . Ed ecco che quasi per incantesimo, proprio come nel cartone, Ace Redder va a comporre torace e testa, Aoider diventa l’addome e le braccia e Cobalter si converte nelle gambe del grande Daioja. Se per soc trasformabili comunque assai validi una delle critiche più frequentemente ricorrenti era lo stravolgimento della reale sequenza di trasformazione (gruppo senza ombra di dubbio capeggiato dal controverso gx-43 Daimos) in questo caso penso che nessuno possa assolutamente eccepire niente. Davvero pazzesco il numero di comparti apribili, parti ribaltabili (carina l’idea del logo sul petto dell’Ace Redder, che riproduce una foglia come quelli sul petto di Aoider e Cobalter, ruotabile per riprodurre il logo del Daioja, che altro non è che il simbolo dell’unione delle 3 suddette foglie) e pannellini girevoli che in più punti arricchiscono il mecha senza il rischio di sfregamenti o graffi (purchè si abbia l’accortezza di seguire alla lettera il libretto di istruzioni) e che sottolineano uno studio più che minuzioso del connubio tra la fedeltà a quanto apprezzato in video ed un risultato estetico accettabile, sia per i 3 mecha scomposti che per il Daioja assemblato. Ovviamente sarebbe stato impossibile, per quest’ultimo, avere proporzioni assolutamente perfette, ecco che si è resa necessaria quindi la dotazione del modello in parti aggiuntive (come già avvenuto per il gx-46) indispensabili per renderne maggiormente proporzionate le fattezze. Tali parti sono costituite da spalle, coprispalle, gambe e superficie posteriore dei piedi. Fate però moltissima attenzione nell’applicazione delle coperture delle gambe, se non le si fanno combaciare perfettamente e si forza, il rischio è di sverniciare le gambe stesse (che non sono altro che le cosce del Cobalter). Bella anche l’unione delle ali dei 3 mecha in una sola grande ala per il Daioja. Disgraziatamente una delle due spalle rosse (le parti ai lati della pettorina per intenderci) mi si è letteralmente spappolata in mano dividendosi in due metà. Niente di grave ed istantaneamente riparabile con una semplice goccia di attack fortunatamente, ma nei vecchi SOC componibili queste cose non succedevano…. Ad ogni modo il risultato finale, di sicuro impatto estetico, è quello di un gigante dell’altezza di 29 cm per un peso, tutto sommato non così scarso, di 835 grammi. Uno dei principali dubbi che inizialmente attanagliava i collezionisti era relativo alla posabilità del modello una volta assemblato, non fosse altro che per l’estrema complessità della trasformazione. Bene, sotto questo punto di vista possiamo ammettere che il gx-61 ha passato la prova con una sufficienza abbondante. Le caviglie, ad attrito, sono estraibili e regolate da uno snodo praticamente analogo a quello già apprezzato nel gx-53 Daitarn 3, un piccolo cilindro localizzato nell’angolo posteriore interno del piede che permette, quando allungato, inclinazioni tutto sommato discrete (in questo caso minori di quelle della caviglia del gx-53 perché limitate dalle coperture delle gambe). Le ginocchia, a scatto, si flettono non oltre i 90 gradi. Per le anche (ad attrito) si deve fare invece un discorso a parte nel senso che presentano escursioni relativamente modeste (discreta abduzione, rotazione longitudinale nulla, estensione e flessione minime) se si lasciano applicati, al momento della trasformazione, i piedi del Cobalter. Se invece, come consigliato nel libretto di istruzioni, si ha l’accortezza di rimuovere questi ultimi, la musica cambia, e di molto, nel senso che l’articolazione finisce per guadagnare moltissimo in abduzione (in teoria il robot arriva a fare la spaccata), leggermente in flessione-estensione e minimamente in rotazione longitudinale anche se la sensazione (a onor del vero non confermata dai fatti) è che il modello possa pagare dazio a questa opzione almeno in termini di stabilità, apparentemente più precaria. La spalla è governata da una articolazione a scatto sia nei movimenti di rotazione (praticabili liberamente a 360 gradi) che in abduzione (estendibile poco oltre i 90 gradi). Le braccia ruotano longitudinalmente a 360 gradi all’attacco con la spalla ed i gomiti, a scatto, sono flessibili a 90 gradi. Le mani di base in dotazione ed alloggiate nei piedi dell’Aoider, sono articolate al polso con uno snodo a sfera ed hanno dita articolate separatamente alla base delle falangi. Sono sostituibili con 3 differenti paia di mani (chiuse a pugno, con palmo aperto e con foro centrale per l’impugnatura delle armi). La testa, articolata al torace con uno snodo a sfera, ha movimenti di rotazione dell’ampiezza di 120 gradi circa, si flette leggermente, non ha estensione ne’ flessione laterale. Nel complesso, concludendo, la posabilità del modello, considerata la complessità della sua trasformazione, non è neanche così male. Ciò che davvero in realtà è snervante (difetto confermato da molti ma non da tutti) è l’instabilità delle parti aggiuntive nei cambi di posa. Nel mio esemplare ogni tentativo di piegatura della caviglia o di abduzione della coscia si accompagna inevitabilmente alla caduta delle coperture delle gambe o a quella della parte posteriore del piede anche se devo sinceramente ammettere che ponendo particolare attenzione a far combaciare bene gli agganci tra la parte anteriore e quella posteriore delle coperture delle gambe la situazione un po’ è migliorata. Anche le spalle aggiuntive non sono decisamente ciò che solitamente viene definito solido come una roccia e non è infrequente che la manipolazione del modello si accompagni alla loro caduta, lo stesso dicasi per gli inserti azzurri sugli avambracci. La stessa pettorina che, come detto, nel mio caso non ha dato problemi di sorta, negli esemplari di altri collezionisti fa un’estrema fatica a starsene in posizione senza cadere. Infine, anche l’aggancio Ace Redder-Aoider non è decisamente ferreo (a differenza della solidissima unione bacino-gambe, sganciabile solo premendo un tasto sulla faccia posteriore della coscia del robot) per cui non è così difficile che armeggiando il chogokin le due parti finiscano per sganciarsi. Un gran peccato per un modello che alla fine, una volta montato, fa comunque la sua bella figura ma che proprio per effetto di queste problematiche trasmette quella forte sensazione di “guadare ma non toccare” che per un Soul of Chogokin suona, innegabilmente, come una sgradita novità. La verniciatura è nella globalità discreta dal momento che il robot eredita dai 3 mecha le parti più “felici” e meglio colorate tenendo invece ben celate quelle più discutibili (tipo molte di quelle plasticacce colorate in pasta cui abbiamo accennato precedentemente…). La dotazione in armi è ampia e soddisfacente: imponente la scimitarra, grande lo scudo, aggressivi i pugnali, affascinante l’arco con relativa freccia (forse la posa migliore che si possa dare al Daioja quella del modello nell’atto di scoccare il colpo), possente la grande lancia ottenibile dalla fusione di parti della spada di Ace Ridder, l’alabarda di Aoider e la mazza chiodata di Cobalter.

Lo stand
In questo caso penso sia giusto fare un piccolo cenno a parte relativamente allo stand espositivo di questo gx-61. Se infatti gli espositori dei precedenti SOC componibili/trasformabili con la verosimile unica eccezione del gx-34 non hanno mai brillato per fantasia e complessità, bisogna ammettere che stavolta Bandai ha fatto le cose per bene. In questo caso l’espositore infatti può essere adoperato in due modalità differenti dal momento che è costituito da due metà incernierate tra loro e quindi alternativamente apribili ad esporre il grande logo del robot per fare da sfondo allo stesso Daioja o richiudibili a libro l’una sull’altra per dare alloggiamento, come vero stand portaccessori, a tutte le mani, le parti aggiuntive e le armi (sia dei mecha scomposti che del Daioja) del modello.

In conclusione
Come avrete potuto intuire il bilancio globale di questo SOC vede un’alternanza di luci e ombre in cui la sensazione finale, ormai comune a praticamente tutti i gx concepiti dal Daitarn in poi, è che se realizzato anche solo 3 anni prima e quindi con materiali di qualità migliore, il modello avrebbe potuto possedere, vista la validità tecnica, tutti i crismi del capolavoro assoluto andando ad affiancare sullo stesso livello qualitativo chogokin come i vari gx-34, 36, 39 e molti altri ancora…..
E ciò che maggiormente scoraggia è vedere le quote a cui mediamente questo gx-61 viene venduto a confronto (complice in parte l’attuale, penalizzantissimo cambio yen-euro) con le cifre spese in passato per i suddetti soggetti. In altre parole i prezzi crescono e la qualità cala. Con questi presupposti diventa estremamente difficile per i collezionisti, continuare a coltivare il loro hobby in un mercato sempre più impazzito. Anche da parte del sottoscritto, alla luce di quanto constatato sinora, diventa difficile fornire indicazioni sull’acquisto. Il modello è indubbiamente buono e fa la sua bella figura, ma ha tanti limiti più che altro legati ai materiali usati che i SOC di un tempo (inutile negarlo), non presentavano. Estremizzando il concetto il consiglio è di concedervi l’acquisto solo se il soggetto piace molto e ci si tiene entro limiti “umani” (massimo 150-160 euro?) con i prezzi, il tutto consapevoli di quanto vi ho sinora riportato. Perfetto, anche questa ultima fatica sul (possibile) ultimo SOC è andata. Mi auguro di potervi ritrovare presto su queste pagine con la recensione del prossimo gx-62 ma ancora oggi tutto tace in tal senso e la serie di chogokin più famosa de pianeta non ha ancora un successore. Auguriamoci che il Tamashii Nations di fine ottobre prossimo possa svelarci confortanti novità, magari preannunciando la realizzazione di qualche soggetto a noi particolarmente caro. Con questo augurio ed incrociando le dita porgo a tutti i pazienti lettori i miei più cordiali saluti, a presto risentirci sulle pagine di JR.

(le foto sono state realizzate da SHIN-PaoloMk2)

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