Daltanious GX-59

Soul of Chogokin GX-59 Daltanious by Mazingetter

28 Aprile 2011: finisce l’attesa pluriennale di moltissimi appassionati, finalmente il sogno di una intera vita collezionistica si concretizza e diventa realtà! Annunciato ufficialmente a settembre 2010, Bandai immette sul mercato per la serie Soul of Chogokin la riproduzione di uno dei robot anni 70 in assoluto tra i più attesi e noti in Italia, Daltanious. La serie anime Mirai Robo Darutaniasu (Daltanious, il robot del futuro), edita da Sunrise e Toei Animation, si compone di 47 episodi e, trasmessa in Giappone nel 1979, giunge in Italia 2 anni più tardi incantando molti bambini dell’epoca (tra cui il sottoscritto) con una trama avvincente e ricca di colpi di scena, peraltro affrontando temi non propriamente leggeri come quello dello sfruttamento dei cloni (definiti nella serie biodroidi) quali fonte di “pezzi di ricambio” per esseri occupanti posti di privilegio nella scala sociale. Inutile aggiungere che, tra tutte le recensioni che negli anni passati mi avrebbero potuto chiedere di scrivere, al primo posto avrei messo proprio quella che mi accingo a comporre, Daltanious infatti ha segnato profondamente la mia infanzia, dalla visione dell’anime al giocattolo componibile della Popy (a mio avviso il miglior vintage del settore mai prodotto) che con non pochi sacrifici economici i miei genitori riuscirono a farmi avere in più riprese, partendo da Beralios per finire con Gumper passando attraverso Atlaus. Tanti, tantissimi ricordi sono legati a questo mecha (personalmente superato, affettivamente parlando, solamente dal Grande Mazinga), e comporre la recensione di questa sua versione chogokin riveduta ed aggiornata va oltre il semplice dovere di cronaca, è per me un compito che mi accingo ad adempiere quasi con religioso rispetto, lo stesso con cui le mie tremanti mani hanno afferrato e successivamente aperto la scatola per scoprire, con gli occhi sognanti del bambino, le meraviglie in essa contenute………. tremate gente, sta tuonando un terribile ruggito, l’unico vero leone dell’animazione robotica giapponese si è risvegliato…..CROSS IN!!!

La scatola
Nonostante le ragguardevoli dimensioni del modello Bandai è riuscita a condensare il contenuto in spazi abbastanza ravvicinati, fortunatamente direi, visto che nonostante ciò la scatola è veramente molto voluminosa (40 x 30 x 19 cm). Prima nota positiva: la sensazione trasmessa quando la si soppesa è tutto sommato soddisfacente (la bilancia indica 2 Kg precisi). Seconda nota positiva: l’artwork sull’anteriore è assolutamente strepitoso e studiato per rievocare in più aspetti la scatola del vecchio Popy a partire dal nome del robot (riportato in basso a sinistra usando gli stessi caratteri) per finire con gli inserti di colore verde (molto belle le croci analoghe a quelle presenti in più parti sul robot come trama di fondo) che richiamano lo stesso colore dello sfondo della confezione del vintage. Sulla destra è raffigurato il robot assemblato e sulla sinistra i 3 mecha che lo compongono: il robot antropomorfo Atlaus (Antares in Italia), il leone meccanico Beralios e l’astronave da combattimento Gumper. Ad abbellire ulteriormente un quadretto già di per se accattivante, la presenza, come immagine di fondo, dei 3 componenti in fase di combinazione, una tra le più belle di tutti gli anime robotici, il famoso Cross In, meglio noto dalle nostre parti come Aggancio Totale. Il retro della scatola presenta lo stesso schema di base già proposto e collaudato con i precedenti gx, con la bella immagine centrale del nostro eroe nell’atto di brandire a braccia incrociate sopra alla testa la grande spada infuocata circondata da tutta una serie di inserti di contorno illustranti, a sinistra i 3 moduli ed i relativi gimmicks ed accessori, ed a destra le armi del Daltanious e la basetta portaoggetti in dotazione. Belli, sulle superfici laterali, i dati riportati come trama di fondo relativi ai dati tecnici del robot (altezza, peso, potenza, etc. etc.).

Il contenuto
Con la confezione siamo già partiti bene, ma quando la si apre si prosegue ancora meglio, e qui è il momento dei lacrimoni di commozione e nostalgia. Si rimuove il tappo di cartone e…… un applauso alla Bandai per la bellissima mascherina di cartoncino posta a contornare il contenuto degli alloggiamenti ritagliati nel grosso contenitore di polistirolo che occupa quasi per intero la scatola. Questa “vetrinetta”, con i suoi colori e con su riportati il logo della serie anime, i nomi dei vari componenti e degli accessori, è anch’essa un richiamo al giocattolo vintage, anche se la disposizione del contenuto è diversa. Dopo le uscite della serie Tobikage (i gx dal 54 al 56) avevo il fortissimo timore che anche questo Daltanious potesse subire lo stesso triste destino di un blister in plastica come contenitore, così fortunatamente non è stato, ma anzi il trattamento riservato è stato decisamente in guanti bianchi. Nel polistirolo trovano alloggio, rigorosamente protetti da bustine di plastica trasparente, Atlaus (in basso a sinistra e bloccato da una stecca di polistirolo), le due hand slicers (ai lati di Atlaus), il Delfighter (noto anche come delfino spaziale e posto sopra all’alloggiamento di Atlaus), Beralios (in basso al centro e assicurato da un stecca di polistirolo), la mitragliatrice sparante i missili dorsali applicabile sulla schiena di Beralios (sopra a Beralios), Gumper (in alto al centro e bloccato da 2 barrette di polistirolo) e la grande spada infuocata (a destra). La restante dotazione è contenuta in due grossi blister di plastica trasparente impilati l’uno sull’altro entrambi di larghezza ed altezza analoga a quelle del contenitore in polistirolo ed accolti in un vassoio di cartoncino. Il primo contiene: le quattro parti di plastica nera per l’assemblaggio della basetta portaccessori, le due lame dei Gumper cutters, un piccolo perno per l’unione delle due hand slicers a formare il boomerang spaziale, 4 paia di punteruoli per la riproduzione dei pugni laceranti di Atlaus e, ciliegina sulla torta (annunciato da Bandai a soli 4 giorni dall’uscita del modello), l’accessorio per la simulazione dei raggi sigma con relativa asta e basetta d’appoggio. Nel secondo blister sono invece alloggiati: gli avambracci con un paio di pugni chiusi preapplicati e altre 3 paia di mani per il Daltanious (a dita estese, chiuse a pugno e forate per l’impugnatura della spada infuocata e chiuse e forate per l’impugnatura della balestra spaziale), la testa intercambiabile per la trasformazione in Daltanious (che in sua assenza rischierebbe di soffrire di microcefalia), le spalle upscaled da applicare sopra a quelle di Atlaus per renderle più proporzionate nel modello trasformato, un paio di cerchi laceranti, la lama cosmica, lo scudo protettivo e relativa impugnatura ed infine la balestra spaziale con le relative freccia ed impugnatura. Molto bello e ricco l’abituale libretto di istruzioni, con la cronistoria della serie animata, zeppo di immagini dedicate ai protagonisti della serie ed ai loro mecha e molto chiaro nell’illustrare la trasformazione (fortunatamente si è tornati ai buoni vecchi disegni tecnici dopo l’indigesta parentesi Tobikage delle foto in bianco e nero).

I moduli

1-Atlaus
Forma la parte superiore del corpo di Daltanious (testa, spalle e braccia). Con un peso di 234 grammi si caratterizza per una buona fedeltà alla controparte animata anche se un dettaglio in particolar modo, per motivi a me ignoti, non quadra: gli inserti gialli sulle superfici esterne e soprattutto interne delle gambe sono stati riprodotti diversamente da quanto visto nel cartone, nessuna tragedia, per carità, ma non comprendo il motivo di questa scelta. Di questi, gli esterni sono asportabili per simulare l’estrazione delle hand slicers. Bello il Delfighter, curato nei piccoli dettagli, con reattori ruotabili (per simularne gli assetti di volo e di aggancio) ed ali ribaltabili (per riprodurne l’ampliamento che subiscono al momento della trasformazione in Daltanious), solido l’aggancio alla testa. La verniciatura è davvero ben curata, così come i particolari delle pannellature e della testa (anche se su questa ho dovuto però constatare qualche piccolo segno di distacco dalle sprue), e molto bello è il dettaglio delle croci in rilievo su spalle e ginocchia. La posabilità complessivamente è accettabile ma niente di più ed è supportata da un insieme di articolazioni ad attrito fatta eccezione per quella della spalla, che risulta essere a scatto. Le caviglie sono governate da snodi a sfera che garantiscono modesti movimenti sia sul piano sagittale che su quello frontale mentre le ginocchia, per effetto della tipica trasformazione del mecha, hanno un grado estremo di flessibilità con escursione fino a 180 gradi, tale cioè da permettere alla gamba di ripiegarsi completamente sulla coscia. A livello dell’anca la mobilità è soddisfacente in rotazione lungo l’asse longitudinale, limitata in termini di flessione ed estensione e praticamente nulla quanto ad abduzione. Le spalle, uniche articolazioni a scatto, presentano ampie escursioni sia in abduzione (fino a 180 gradi) che in rotazione (a 360 gradi). La rotazione lungo l’asse longitudinale del braccio è di circa 180 gradi. I gomiti permettono movimenti di flessione ad angolo retto ed anche i polsi, alla base delle mani, sono snodati (tali snodi, ad attrito, sono sbloccabili dal loro allineamento con un sistema a scatto e, a trasformazione effettuata regoleranno l’articolazione del gomito del Daltanious). Le mani non sono intercambiabili ma costituite da un unico paio articolato all’altezza delle nocche ed alla base del pollice per consentire al robot di impugnare le due hand slicers, e su di esse si incastrano gli avambracci del Daltanious. La testa si muove su di uno snodo a sfera con escursioni abbastanza ampie su tutti i piani. Dei tre componenti è forse quello che possiede la composizione metallica percentualmente più cospicua nonostante il minor peso. Sono infatti in metallo le cosce, la parte posteriore di bacino e addome e l’intero torace. La dotazione in accessori è sostanzialmente completa se rapportata all’armamentario mostrato nell’anime, il robot è stato infatti munito dei pugni laceranti e di un paio di hand slicers (unibili tra loro con l’apposito perno a formare il boomerang cutter, meglio noto come boomerang spaziale). Riprodotte anche le bocche di fuoco della raffica dirompente ai gomiti seppur difficilmente apprezzabili complice le dimensioni limitate e la mancata verniciatura delle relative feritoie. Complessivamente direi che comunque non manca nulla. I pannelli che chiudono la faccia posteriore delle gambe (anche qui si segnalano segni di distacco dalle sprue) sono asportabili per consentire alle cosce di ripiegarsi in esse e permettere così la metamorfosi necessaria all’aggancio con Beralios.

2-Beralios
Costituisce la parte centrale del Daltanious andandone a comporre il tronco e le cosce. Dei tre mecha Beralios è quello che in assoluto ha dovuto pagare maggiormente il dazio dettato dalle necessità di trasformazione del modello. Se il leone è più che soddisfacente sino al bacino (peraltro con un muso a mio avviso veramente fedelissimo nello sculpt ma non nel colore, leggi impiego del grigio satinato al posto del bianco), da lì in poi è meglio evitare commenti. La visione del retro è davvero impietosa in tal senso, indubbiamente brutta, con la parte posteriore del dorso sostituita da un improbabile pannello ribaltabile ideato per consentire il cambio di colore che il bacino del robot subisce al momento della combinazione. Anche la coda, progettata in modo che nella trasformazione possa ripiegarsi e scomparire senza la necessità di staccarla, è davvero brutta a vedersi con una antiestetica cerniera centrale che la fa apparire più come un’asta spezzata che come una appendice articolata (mi chiedo cosa sarebbe costato a Bandai aggiungere in dotazione una seconda coda snodata, intercambiabile ed esteticamente più appagante). Il metallo è ridotto e limitato praticamente al solo blocco del bacino, alla parte anteriore delle zampe e ad altri piccoli dettagli per un peso complessivo di 265 grammi. Bruttino anche il foro sulla schiena per l’applicazione della mitragliatrice, ancora una volta sorge spontanea una domanda: era così difficile dotare il nostro leone di un semplicissimo tappo removibile sul dorso? Anche la mobilità è relativamente modesta, in linea con i mecha felini precedentemente riprodotti da Bandai (leggi gx-13 e gx-54) e tutte le articolazioni fatta eccezione per le spalle sono a scatto (sia le 4 caviglie, che le ginocchia e i gomiti, che le anche). La mandibola è snodata dando la possibilità di esporlo a bocca aperta nell’atto di ruggire (meglio, più aggressivo) o chiusa (peggio, più goffo). Il colore, ampiamente dibattuto nei vari forum prima dell’uscita del modello, è di un giallo-ocra secondo me abbastanza fedele a quanto visto nell’anime anche se in alcune parti (leggi zampe anteriori e posteriori) tradisce una sensazione di “plasticosità” eccessiva e poco piacevole che trasmette un po’ troppo l’idea del giocattolo, peraltro con più di un segno di distacco dalle sprue (sia ginocchia che gomiti).  Insomma, nel complesso è davvero bruttino e goffo a vedersi, ma data l’improbabile trasformazione del robot c’era da attendersi che qualche sacrificio estetico si sarebbe reso necessario, e Beralios, vista anche la critica posizione da lui occupata e la metamorfosi più improbabile che subisce rispetto agli altri due mecha, è stato quello che ha dovuto pagare il prezzo più salato, cosa certamente comprensibile, ma comunque un peccato visto che dei 3 moduli è indiscutibilmente anche il più affascinante. Per questo mecha in particolare diventano quindi fondamentali una posa ed una angolazione di esposizione adeguate, pena essere scambiato per un cassonetto dei rifiuti o quasi. Unico accessorio la mitragliatrice da applicarsi sulla schiena, e diversamente non poteva essere visto che non me ne sovvengono in mente altri.

3-Gumper
Va a formare avambraccia, gambe e piedi di Daltanious. E’ in assoluto il componente più fedele dei 3, perfettamente attinente a quanto visto nel cartone, ed è anche il più pesante con un peso di 340 grammi. E’ composto principalmente in plastica, ma il metallo c’è e si sente, localizzandosi a livello di: inserti laterali di colore giallo, parte grigia davanti ad essi (quella che va a comporre la superficie laterale del piede del Daltanious tanto per intenderci), zona rossa localizzata nella porzione centrale dell’astronave e parte interna dei bracci meccanici. Questi ultimi, articolati ed estraibili dalla zona dorsale proprio come nel vecchio Popy, sono molto carini. Belle anche le maniglie alloggiate sulla superficie ventrale (usate nell’anime da Atlaus per appigliarsi e lanciarsi successivamente in volo innescando così la manovra dell’aggancio totale) ed i Gumper cutters, facilmente applicabili sui relativi bracci apribili nella parte anteriore del jet al di sotto della cabina di pilotaggio. Le ali rosse (non esenti da più di un segno di distacco dalle sprue) sono ripiegabili ed estensibili con un semplice sistema a resistenza (e qui avrei preferito un meccanismo a scatto con relativi pulsanti come nel vintage). Si segnalano ulteriori (un po’ troppi) segni di distacco dalle sprue sulla superficie ventrale del jet. Molto soddisfacente la riproduzione dei piccoli dettagli, parlo nello specifico delle varie pannellature ma soprattutto della miniaturizzazione della cabina di pilotaggio, davvero ben curata.

Daltanious
Eccoci infine arrivati al piatto forte. Partiamo dalla trasformazione, nel complesso molto fedele e relativamente semplice da realizzare. Personalmente mi sono esaltato nel praticarla, l’ ho infatti eseguita senza neanche il supporto del libretto di istruzioni, sia perché facile, sia perché fedele all’anime, sia perché fortunato ex possessore del vecchio vintage, ma soprattutto perché mi ero praticamente mangiato con gli occhi nei mesi scorsi le foto delle riviste che la illustravano. Qualcuno ha fatto accenno a potenziali rischi di rigature sulle gambe di Atlaus o su Gumper, ma personalmente non ho registrato niente di tutto ciò. Delle chicche tecniche di questo modello direi che quella in assoluto più valida è costituita dalla realizzazione della “mutanda” nera del robot. Il principale problema che infatti si poneva agli ingegneri Bandai era quello di concepire un sistema che permettesse il viraggio cromatico del bacino del Daltanious il quale, con la trasformazione, da giallo diveniva magicamente nero. Questo è stato reso possibile inserendo all’interno di Beralios un pannellino di colore nero (costituito da  3 elementi ripiegati e tra loro articolati) estraibile attraverso uno sportellino sulla parte inferiore del torace del leone e quindi agganciabile al bacino del felino, un’idea veramente geniale. Lo stesso cambio cromatico è stato peraltro a sua volta il principale responsabile dello scempio del posteriore del Beralios, per non lasciare giallo il fondoschiena del Daltanious si è infatti reso necessario l’impiego di quel secondo pannello ruotabile che tanto inguardabile ha reso il retrotreno del leone. La mutanda nera, croce e delizia del modello a seconda dei punti di vista (anteriore o posteriore, appunto!). Al termine della combinazione il nostro Daltanious misura 27 cm in altezza per un peso, alla fin fine più che rispettabile, di 877 grammi, tutto ciò a discapito di una composizione (almeno per quanto riguarda le sole parti esposte del modello) al 90% in plastica. A prima vista il robot è forse leggermente tarchiato perchè un po’ troppo di coscia corta, aspetto dettato dalla necessità di non rendere ancora più inguardabile il posteriore del Beralios anche allungandogli le zampe. Ad ogni buon conto il colpo d’occhio, inutile negarlo, è assolutamente impressionante, soprattutto per un ex possessore del vecchio Popy, e anche qui si rischia seriamente che scenda la classica lacrimuccia di commozione. Ciò non toglie che una volta recuperata un po’ di lucidità ed obiettività i difetti da constatare, più o meno grandi, ci sono e non sono pochi. Tra questi, in primis, le tanto vituperate zampe anteriori di Beralios che se ne rimangono appese alla schiena del robot come un paio di rami secchi e della cui inopportunità si è parlato per svariati mesi in più di un forum. Per l’ennesima volta ci si domanda perché Bandai, nel perseguimento a tutti i costi dell’all in one (peraltro solo teorico visto che per la trasformazione di Atlaus è necessario rimuovere i coperchi che ne chiudono la faccia posteriore delle gambe) si debba perdere così facilmente in un bicchier d’acqua quando progettando un banalissimo paio di appendici sganciabili si sarebbe potuto accontentare tutti evitando di compromettere in modo tanto pesante l’estetica del modello. E’ anche vero che le due zampe vanno a ricoprire una zona del dorso del robot che altrimenti rimarrebbe, in modo altrettanto discutibile, del tutto scoperta, ma non si può negare che la soluzione zampe staccabili + coperchi coprischiena avrebbe potuto di certo essere la più auspicabile ed esteticamente appagante. Insomma, anche se dal vivo alla fin fine non si fanno notare più di tanto, francamente dispiace trovarsi costretti a posare il gokin in modo tale che la bruttura che ne affligge la schiena venga il più possibile mascherata. Tanto per fare una citazione non del tutto casuale, alla nostra intimazione “togli le zampe o ce le lascerai” mamma Bandai ha risposto propendendo per la seconda ipotesi, facendoci così girare le lame boomerang. Ancora più esteticamente discutibile è un altro palese difetto del modello, se non altro perché, a differenza del precedente, ben visibile. Sto parlando della caviglia del robot, sorprendentemente vuota; l’intera articolazione infatti a questo livello è affidata agli inserti laterali di colore giallo, parzialmente estraibili nel loro aggancio alla gamba così da dare un gioco sufficiente a consentire i movimenti di inclinazione mediale (escursione comunque modesta e  condizionante, purtroppo, una posabilità non del tutto soddisfacente). I logici dubbi che nascono analizzando una articolazione così apparentemente gracile sono relativi piuttosto a quanto essa potrà conservare la sua affidabilità e la sua tenuta con il passare del tempo concentrando l’intero peso del modello in un singolo punto, ma personalmente sono ottimista nel senso che il sistema appare ben solido e quindi tale da non riservare, con ogni probabilità, brutte sorprese a lunga scadenza. Certo è che la soluzione ideata lascia fortissimi dubbi sul piano estetico, se è vero che con l’inclinazione della gamba lo spazio vuoto viene in parte celato (tanto che per comprendere l’ideazione dello snodo guardando il prototipo all’ultima fiera di Lucca mi sono dovuto abbassare), da dietro assume i caratteri della vera e propria voragine tanto da far apparire il robot in levitazione sui propri piedi e comunque anche anteriormente quanto più si allinea il piede alla gamba riducendo l’inclinazione dell’articolazione, tanto più lo spazio tende ad ampliarsi e a risultare inguardabile. Personalmente credo che una qualche soluzione esteticamente più accettabile sarebbe comunque stata possibile, non so come ma mi rifiuto di pensare che non si potesse fare qualcosa di più, soprattutto perché stiamo parlando di Bandai. Ad ogni buon conto il rimedio a tale scempio può essere trovato, ad esempio inserendo molto semplicemente un piccolo spessore di gommapiuma scura nello spazio vuoto tra piede a gamba così da far apparire l’articolazione “piena”, cosa che permette peraltro di fornire un ulteriore (seppur minimo) supporto meccanico limitando nel contempo sfregamenti scomodi e potenziali rischi di sverniciatura. Sempre parlando di estetica non spiccano per bellezza i “maschi” degli innesti per l’aggancio delle due metà del Gumper che fanno bella mostra di se sporgendo un po’ troppo sulla superficie interna della gamba sinistra (non a caso tutte le foto promozionali sono state fatte inquadrando il modello di modo che l’interno-gamba visualizzato fosse quello di destra. Un difetto che invece considero minore è la tendenza del fermo che permette alle braccia telescopiche del Daltanious (avambracci di Atlaus) di rimanere bloccate in sede, a sganciarsi quando si maneggia il modello scoprendo così la parte alta del braccio di Atlaus immediatamente sotto alla spalla. La cosa, come detto, non è comunque tragica ed è sufficiente solo un po’ di attenzione….. In generale direi che quelli appena descritti sono i difetti più palesi del modello che, per il resto, fa registrare quasi esclusivamente solo pregi. Le plastiche usate, fatto salvo per alcune parti del leone, come già accennato, appaiono di buona qualità e comunque migliori e prive delle brutte venature talora riscontrate nei soc della serie Tobikage (gx-55 e 56 in particolar modo) e la verniciatura come al solito non presenta difetti rilevanti di sorta, con una stesura uniforme e regolare ed una buona resistenza. Unico neo evitabilissimo (anche qui si annaspa in 2 cm di acqua) la mancata verniciatura grigia della superficie anteriore della gamba alla base dei timoni del Gumper per cui quando si rimuovono rimane una brutta striscia bianca sotto alla croce del ginocchio. E’ una piccolezza, ma vista la sua banalità e dato che le foto promozionali mostravano tutt’altro così come l’immagine presente sulla scatola, la cosa infastidisce non poco. Alla fin fine, data la loro scarsa invasività, può comunque valere la pena di nascondere questa bruttura evitando di rimuovere i timoni mantenendoli montati anche nel robot.  Qualche sporadico segno di distacco dalle sprue qua e la costella di tanto in tanto il modello (quelli sul bordo superiore della mutanda nera nella sua parte anteriore forse i più fastidiosi). Capitolo snodi: la mia avversione verso la cervellotica articolazione della caviglia deriva anche dal fatto che, oltre ad essere brutta da vedersi, condiziona pesantemente la posabilità del modello visto che la possibilità di estrarre l’inserto nel suo aggancio alla gamba è sufficiente a garantire solamente inclinazioni di lieve-moderata entità, ed è un vero peccato visto che le anche hanno dei notevoli movimenti laterali col risultato per me letteralmente odioso che se si allargano troppo le gambe il robot non riesce ad avere per intero il contatto della pianta del piede a terra e l’appoggio resta affidato solo al filo interno dei piedi (stesso brutto difettaccio del gx-43 Daimos). Nonostante ciò l’appoggio del modello è abbastanza stabile anche quando si tende ad estendere o a flettere l’articolazione, basta solo avere la pazienza di giocare con gli equilibri regolando i movimenti della caviglia e la rotazione a livello dell’anca, alla fine si potranno ottenere anche pose tutto sommato discretamente dinamiche. Le ginocchia, regolate da solide articolazioni a scatto, hanno una flessione modesta (se si piegano oltre il primo scatto si staccano spontaneamente). E’ molto soddisfacente il grado di mobilità dell’anca, l’articolazione, anch’essa a scatto, permette ampi movimenti in abduzione, ottima flessione-estensione e rotazione (qui si comporta come snodo ad attrito) in senso longitudinale della coscia di poco superiore a 90 gradi (una settantina dei quali in intrarotazione, e solo una ventina come extrarotazione). Il tronco per ovvie ragioni legate alla trasformabilità è un blocco unico ed è privo di punti di snodo. Molto mobili le braccia, nella fattispecie le spalle che, dotate di aticolazioni a scatto, oltre a ruotare a 360 gradi consentono al modello di incrociare le mani sopra la testa e quindi di impugnare la spada infuocata protendendola in alto nella più classica delle pose ispirate all’anime e mantenendo quindi lo stesso grado di estrema mobilità già constatato sul relativo modulo. I gomiti, ad attrito e gestiti dalle articolazioni dei polsi di Atlaus, si flettono a non più di 90 gradi e si sbloccano con un sistema a scatto dalla loro posizione di allineamento braccio-avambraccio. Inizialmente temevo che l’incastro dell’avambraccio sui pugni di Atlaus fosse una soluzione un po’ troppo azzardata e di dubbia tenuta nel tempo ma constatando lo scarso peso degli avambracci (in plastica e cavi) e la tenuta dei gomiti penso di poter dire che le mie paure fossero infondate. La testa (parliamo della più grande ed upscaled) è governata dallo stesso snodo a sfera su cui si articola la più piccola e ne permette movimenti completi di rotazione laterale (a 360 gradi) e discrete escursioni in flessione-estensione. Sufficiente la dotazione in mani col difetto che, fatta eccezione per quelle chiuse a pugno, le restanti appaiono un po’ troppo grandi e sproporzionate (è anche vero che quelle per l’impugnatura delle armi tendono a passare comunque almeno in parte inosservate nella loro sproporzione proprio per effetto della presenza dell’arma) . Funzionale ma esteticamente mediocre la solita trita e ritrita basetta portaccessori, in linea con la tradizione della stragrande maggioranza dei gx componibili/trasformabili. Gli accessori sono numerosi ma incompleti, la sensazione è che siano state aggiunte in dotazione solo le armi usate sino all’episodio 28, da quando cioè il robot ne comincia ad usare anche altre (vedi le bocche di fuoco e la doppia morsa d’acciaio che fanno la loro comparsa solo a partire dall’episodio 29 e che beffardamente sono illustrate quali elementi dell’armamentario del robot nel libretto di istruzioni), che ci sia puzza di set aggiuntivo TWS? Personalmente non credo (un weapon set con appena 2 armi?) ma mai dire mai…. Ad ogni modo gli accessori presenti sono tutto sommato ben riprodotti, soprattutto la grande spada infuocata che, di plastica rosso-arancio e traslucida, risulta molto scenica seppur meno soddisfacente di quanto mostrato in fase di prototipo da Bandai. Ha una lunghezza di 23 cm (elsa compresa) e simula la lama fiammeggiante usata dal robot come arma finale di tutti i suoi scontri. Carino il dettaglio della croce sul manico dello scudo protettivo, interessante la possibilità di tendere la balestra spaziale. Seppur gradita, la sorpresa finale dell’accessorio per la riproduzione dei raggi sigma mi ha lasciato tutto sommato tiepido, sia perché non mi esalta più di tanto sia perché non credo che lo esporrò visti e considerati gli spazi sempre più asfittici della vetrina. Apparentemente bianca, se guardata controluce presenta una tenue sfumatura rosa in linea con quanto visto nell’anime. Insomma, carino e sempre meglio che nulla, ma non si può negare che un bel paio di bocche di fuoco o la morsa d’acciaio sarebbero state assai più gradite.

Bene, stavolta ho davvero esagerato, mi auguro che nessuno si sia annoiato o addormentato nel leggere questo vero e proprio papiro! Le considerazioni finali sono abbastanza scontate: nonostante i difetti non indifferenti (e ce ne sono, urca se ce ne sono!), mi considero estremamente soddisfatto per non dire entusiasta, il modello risulta complessivamente molto appagante ed è inutile negare che almeno in parte la cosa sia dettata dal fattore affettivo. Zampe in spalla o caviglie vuote che siano quando lo si mette in vetrina è comunque lui, Daltanious, lo stesso robottone inseparabile compagno di innumerevoli ore di gioco della mia infanzia, il soc che attendevo da 10 anni, insomma, un vero e proprio sogno che si è avverato e per cui, indipendentemente da tutto, non smetterò mai di ringraziare Bandai. Piccola, piacevole nota conclusiva: il modello è arrivato in Italia, grazie ad una ben nota ditta, in contemporanea con l’uscita giapponese. Rispetto anche a soli pochi anni or sono sembra quasi impossibile veder uscire nel giro di pochi mesi robot come Daltanious e God Sigma avendoli in mano in contemporanea con i paesi del Sol Levante. Unica nota stonata, purtroppo, i prezzi che causa cambi yen-euro da follia stanno sempre più rendendosi improponibili, motivo per cui ho declinato sin quasi dall’inizio l’acquisto in duplice copia di questo gx-59 che in altri tempi mi sarei forse concesso e che tutto sommato, a chi può permetterselo, mi sento anche di consigliare. A questo punto non mi resta che salutarvi calorosamente raccomandandovi vivamente di continuarci a seguire su queste pagine, i prossimi mesi sono destinati a riservarci numerose, interessantissime uscite, e Japanrobot non mancherà, come sempre, di fornirvi in modo sollecito ed imparziale tutti i ragguagli necessari per indirizzarvi in modo obiettivo nei vostri acquisti. Mazingetter

(le foto sono state realizzate da SHIN-PaoloMK2)

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