Caro Chogokin ti scrivo: Il futuro di Fewture

http://www.japanrobot.it/JRNew/wp-content/uploads/2017/04/logofewture.jpg

Caro chogokin ti scrivo. Il futuro di Fewture.
Premessa: in questi articoli non discuterò delle case che sono fallite o che hanno smesso di produrre gokin. Non hanno saputo rimanere nel mercato e ciò è già di per sè una risposta.
Ma parliamo di Art Storm / Fewture. O meglio, parliamo di Taku Sato, noto anche come Robo-Shi (Professor Robot), un nickname che si guadagnò nel 1993 per via della qualità dei suoi garage kit. La sua carriera fu un susseguirsi di tappe bruciate dato che iniziò a lavorare per Kaiyodo quando era ancora uno studente delle superiori. Nel 1994 iniziò a lavorare come indipendente per varie ditte tipo Sega e ancora Kaiyodo fino a quando nel 2000 non approdò ad Art Storm. La sua prima realizzazione fu il Mazinger 1901. L’esplosione la si ebbe nel 2006 con la nascita della linea EX Gokin e la creazione del Black Getter Ryoma Mode e del Getter 1. Pesantemente rivisitati nel design, ma da tutti apprezzati proprio per la loro innovazione. Sempre nello stesso anno vennero presentati anche i Getter 2 e 3. I modelli imperversavano sulle riviste, facendo salivare copiosamente gli appassionati di tutto il mondo. Poi l’incredibile: Sato morì a soli 37 anni lasciando in eredità ad Art Storm decine di bozzetti. La ditta giapponese dapprima si impegnò a mettere in vendita i modelli già presentati alle fiere, ma scelse la strada del lusso. Gli EX Gokin erano degli ammassi di metallo alti sui 24 cm, delle vere incudini. Il prezzo però si assestò sopra ai 30000 yen, che per quegli anni erano davvero una cifra incredibile (Bandai aveva solo appena sforato i 20000). Inoltre la distribuzione di questi modelli di lusso avveniva tramite il sistema Fewture Direct, cioè richiedendoli direttamente al produttore. Vista la difficoltà nel reperirli, per gli acquirenti esteri i prezzi si gonfiarono ancora di più, diventando quasi uno status symbol, ma questa è un’altra storia. Nonostante alcuni errori di costruzione (metallo incollato sulla plastica… quanto mai avrebbe tenuto?), Art Storm divenne un vero e punto di riferimento per chi voleva modelli esclusivi e che guadagnavano valore col tempo, data la velocità con cui i pezzi si esaurivano. Ma ovviamente, vista la richiesta arrivarono ristampe e soprattutto recolor (molto più redditizi per vendere lo stesso modello agli stessi clienti) passando poi per i Mazinger e arrivando infine a quello che viene considerato il Santo Graal dei chogokin: Lo Shin Getter 1 (poi riciclato in mille salse diverse) che ormai veniva venduto a quasi 40000 yen (che in Italia però divennero molto, ma molto di più). Lo Shin Getter 1 fu anche una pietra dello scandalo perché sostanzialmente alla maggioranza dei pezzi in vendita si spaccavano le ali, tanto che Art Storm corse ai ripari producendo delle nuove ali da regalare ai suoi acquirenti. Ma questo non bastò a scoraggiare i clienti, perché l’uscita del Grendizer e del trio Getter G rinfocolò la passione per quelli che erano ormai oggetti d’elite. Tuttavia gli schizzi di Sato erano ormai finiti (che il Grendizer fosse suo rimase sempre molto molto dubbio). Certo, negli anni Art Storm cercò di diversificare i suoi prodotti rivolgendosi anche verso altri brand come le astronavi di Ultraman, i mezzi dei Gatchaman, le versioni super deformed, ecc. Ora però siamo a un punto di svolta: iniziano a uscire gokin che non portano più la firma di Sato. Il suo stile era troppo riconoscibile per fare finta di avere ancora suoi progetti nel cassetto, anche se qualcosa era rimasto, come il Diapolon. Art Storm si impone quindi nel mercato come una ditta di lusso che produce modelli quasi interamente in metallo pesante e tirature limitate. Insomma, la Ferrari dei gokin. Se vuoi il top della gamma gokin, devi pagarlo salato. Anche per le prossime uscite, come la Garland di Megazone 23, il prezzo rimane inchiodato sui 40000 yen. Ma a questo punto il dubbio che rimane é: era l’esclusività dei prodotti a generare la loro disperata ricerca o era il design di Sato che aveva stregato i collezionisti? Forse la verità sta un po’ nel mezzo, ma già il prototipo dell’EX Gokin Jeeg pare sia stato accolto freddamente. Il futuro di Fewture insomma è ancora incerto e tutto da scrivere, nonostante gli imponenti e cari modelli già prodotti. Quella che è certa è l’importanza che ebbe Sato nel fare conoscere il nome Art Storm / Fewture fra i collezionisti. E lui sì che ci manca davvero.