Aura Battler Sirbine

C’era una volta… una serie di romanzi di Yoshiyuki Tomino (il papà fra gli altri di Zambot, Daitarn e  Gundam) ambientati in un mondo fantasy. Puramente fantasy. Ma quando ci fu la proposta di realizzarne un anime lo sponsor impose che vi apparissero dei robot. Da qui la geniale idea del solito Kazutaka Miyatake (Macross, L’Arcadia della mia giovinezza). Semplici robot non andavano bene in una ambientazione medioevale e per di più fantasy. Quindi si inventò l’utilizzo delle carcasse di giganteschi insetti riadattate a mezzi pilotabili.

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Questo era il regno di Byston Well dove varie nazioni si facevano la guerra per la supremazia. Poi il malvagio Drake Luft scopre “il mondo di sopra” (la Terra) e che alcuni terrestri hanno il dono dell’aura, un’energia capace di governare meglio i robot insettoidi chiamati appunto “Aura Battler” (serie del 1983). Il protagonista Sho Zama viene risucchiato in un vortice dimensionale e messo alla guida del Dunbine. Almeno fino a quando non scopre di stare combattendo per i cattivi.
La serie segue il suo corso per 49 episodi con un successo medio. Nel 1988 si decide di fare degli ova celebrativi ambientati 700 anni dopo la serie tv. Si tratta di “The tail of Neo Byston Well”, che però dal punto di vista realizzativo lasciano molto a desiderare (lo staff non è lo stesso della serie tv). A salvare almeno gli Aura Battler è stavolta Yutaka Izubuchi (Escaflowne, Patlabor), che inventa il Sirbine. L’Aura Battler dedicato al Re. E regale è davvero il design globale del robot.

Dopo molti mecha presi dalla serie tv (sempre dal design molto vario, essendo tutti insetti diversi) Bandai decide che è il momento del Sirbine. Due le cose principali da dire: la prima è che Bandai mette snodi da tutte le parti. Non si ha idea di quanto siano mobili questi oggettini finchè non si prova a posarli. Tanto che diventa perfino una fatica visto quanto lo sono. Ci sono perfino gli artigli retrattili sulle nocche. Oltre a snodi ad attrito e rotazione (un numero considerevole fra braccia, gambe e zampe), abbiamo gli snodi a sfera (per esempio i paracosce allargabili sono agganciati con uno snodo a sfera, così come i reattori dietro le ali e il fodero della spada). L’altra cosa è per le parti non agganciate sul modello. Per i vari pugni non ci sono problemi. Inoltre il manico della spada è separabile dall’elsa, in modo da semplificare l’inserimento nel pugno dedicato. Il problema sono le ali da insetto che vanno agganciate direttamente sulla schiena. Essendo materiale trasparente sono state realizzate con una plastica molto rigida, per cui bisogna fare molta attenzione quando si inseriscono le sfere nei giunti. Poca forza non serve a niente. Troppa forza li spezzerebbe. Quindi bisogna procedere piano piano con calma. Una volta inserite sono ovviamente orientabili da ogni parte. Il resto rimane alla fantasia del collezionista, conscio di trovarsi di fronte a un piccolo capolavoro (145 mm dichiarati) dalle finiture davvero pregevoli viste le dimensioni (gli Aura Battler della serie tv sono invece meno decorati, ma è proprio così l’anime di partenza). Ma deve tenere conto anche di trovarsi di fronte a qualcosa di talmente mobile da richiedere molta cura nel posizionamento, se si vuole evitare l’effetto soldatino.

Nell’ultima foto ho messo a confronto Sirbine e Dunbine, in modo da fare risaltare la differenza di design che cambia fra le due opere. Per le foto in volo è sufficiene un tamashii stage, ma utilizzandolo bisogna valutare molto bene i peso del robot e di come sfruttare la cosa. Come tutti gli altri Aura Battler la cabina di pilotaggio è apribile, ma il pilota è assente. Credo che per il Sirbine ci sia stato molto impegno da parte di Bandai, d’altronde dopo 9 modelli di base (e col 10° già annunciato) più mezzi extra e varianti di colore su TWS è chiaro che la linea abbia un certo successo e si meritasse un modello di spicco.